Se ci tieni, tienimi
Se ci tieni, tienimi
Fiumi di parole
Sceglierei sempre te. Dopo tutto il male,le lacrime,l’odio,l’indifferenza,la sofferenza,la paura,il rinunciare,il combattere e il vuoto dentro. Io,sceglierei sempre e soltanto te. ridomentredentrostomorendo (via ridomentredentrostomorendo)

(via quellaragazzatroppotimida)

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Noi non ci dobbiamo sentire stupidi solo perchè baciamo uno schermo, facendo finta di essere vicini per davvero.
Stupide sono quelle persone che si baciano, ma non sono vicini. ilmareditroppo | Joy.  (via ilmareditroppo)
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C’era questo signore, sulla sessantina, e lo vedevo, sempre in strada, sempre, ogni volta che andavo al tabacchino per rifornirmi di sigarette.
Si può dire che l’avevo visto crescere, di circa due anni.
Insomma, se due anni fa aveva cinquantotto anni, potrei dire di esserci stata ai suoi sessanta, se ne aveva già sessanta, allora ci sono stata ai suoi sessantadue.
Il fatto è che, qualunque età avesse avuto, nell’arco di tutti e due gli anni faceva sempre la stessa cosa, si muoveva sempre allo stesso modo: era in cella.
Nella cella dell’abitudine.
E come ne esci, da lì?
Lo ricordo così, con i soliti occhiali da vista che, sono sicura, non bastavano più, e con la solita espressione vaga che posava su di un volto pallido, scarno, un’espressione vaga che insieme a lui vagava, per terra e per chissà quale universo a me sconosciuto.
All’inizio pensavo volesse carpirmi le sigarette, tant’è che velocizzavo il passo quando gli passavo accanto.
Poi, tutt’ a un tratto, mi attanagliava una febbrile sensazione che mi spingeva a voltarmi indietro, per chiedergli scusa.
Così, ci pensò il tempo a farmi vergognare di quel maligno pensiero.
Perché i giorni passavano, le sigarette finivano, e lui era lì, a fare le stesse cose strane.
Ma oramai m’ero decisa a scrutarlo più a fondo, mi era partita un’esigenza interiore, e mi interessava sapere cosa cercava, in quel posto vuoto dove c’era solo un tabacchino e qualche albero frastagliato.
Non era certo un mendicante, non l’avevo mai visto chiedere spiccioli a nessuno, e vestiva bene.
Però quel giorno che decisi di osservarlo più da vicino, notai un particolare.
Aveva estratto dal taschino della giacca dei piccoli foglietti, o almeno, così pareva dalla mia angolazione.
Li aveva guardati fisso, quei foglietti, per qualche secondo, poi li aveva posati nuovamente all’interno del taschino, con apparente cautela.
Dopo, aveva ripreso a guardarsi intorno, a tratti rincorreva un muretto, e successivamente, tornava piano sui suoi passi, con la rassegnazione in viso, una rassegnazione talmente assopita che puoi vederla soltanto nei film, se sei fortunato.
Mi resi conto che avevo realmente assistito alla proiezione di un film, del quale volevo assolutamente conoscerne il finale.
Non feci in tempo ad avvicinarmi a quel signore che lo fecero due ragazzine, molto piccole, al posto mio.

"Signore, possiamo farle una domanda?"

Lo sguardo del vecchio s’illuminò di speranza.

"Ditemi, fanciulle."
“Ha perso qualcosa? Vuole una mano a cercarla?”
“Sì. Ho perso qualcosa. Ma devo trovarla da me.”
“Cos’è? Un anello? Una spilla? Un documento?”
“E’ una bambina, la mia bambina.”
Le due si allontanarono, stralunate, senza dire una parola, lasciandolo lì, a rimuginare su quel che aveva appena dichiarato. O forse solo a pensare di aver riconosciuto sua figlia negli occhi delle due passanti.
Il mio pacchetto di sigarette poteva aspettare ancora un po’.
Mi avvicinai anch’io.
Lui mi guardò, e io gli sorrisi spontaneamente.
Non l’avevo mai fatto in due anni.
Ricambiò il sorriso, e subito, si rimise all’opera.
Stetti altri pochi minuti ad osservare i suoi movimenti.
‘Se solo quella bambina potesse essere al posto mio’ pensavo ‘si sorprenderebbe dell’amore di suo padre’.
E capii immediatamente cosa aveva estratto dal suo taschino: foto, le foto della sua bambina, avevo presunto.

Quando fui tornata a casa, non avevo solo un pacchetto nuovo di sigarette, avevo una storia commovente da raccontare a mia madre.
Infatti a cena le raccontai tutto.
Finalmente, dopo due anni, riuscii a parlarne con lei.
Mia madre, inizialmente, si stupì. Poi, pare ebbe una sorta di insight, e mi chiese:
“Per caso portava gli occhiali da vista?”
“Sì, perché?”
“Era pallido? Indossava una giacca?”
“Sì mamma, ma lo conosci già?”
“Certo. Lo conoscono tutti. E’ un signore pazzo, vedi di allontanarti quando gli passi vicino.”
“Pazzo? Pazzo perché? Perché cerca la sua bambina? Perché non ha mai smesso di sperare?”
Protestai, adirata.
“Non troverà mai quella bambina, perché quella bambina è morta due anni fa, investita da un’auto, sbattuta a sua volta contro l’albero di fronte al tabacchino.”
Era tutto chiaro, ma non abbastanza da farmi cambiare idea.
No, non era pazzo, era solo un uomo che aveva perso l’amore più grande della sua vita, e per non morire, s’illudeva di poterlo ritrovare… lì, proprio lì dove l’aveva smarrito.

Sara Cassandra (via cassandrablogger)

Ho iniziato a leggere senza sapere chi l’avesse scritta. Alla terza parola lo sapevo che era lei.
Sara, non ho parole.

(via lucerossa)

Davvero, senza parole.
Sono stata con il fiato sospeso in alcune parti.
Sara,davvero,hai raccontato questa storia entrandoci dentro e facendo entrare anche noi lettori. Solo una parola e cioè:grazie.

(via theludovicauniverse)

Scossa dai brividi, come al solito.

(via fossilbird)

Mio dio

(via causemaybeyoudontunderstand)

Sto per piangere….

(via i-just-wanna-feel-real-love)

sei una bravissima scrittrice Sara, complimenti, un racconto stupendo (y) ♥

(via youmakemestrong230710)

(via cassandrablogger)

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